Registrati

Collegati

Articoli Recenti

Archivi

Meta

Addio alla donna inflessibile che cambiò il mondo

Di Antonio Cariola ~ aprile 10th, 2013

Anni fa, Margaret Thatcher ha iniziato a scrivere le sue memorie. «Intitolerò il libro: undefeated (imbattuta)», aveva confessato al suo biografo, Charles Moore. Alla fine il titolo stabilito fu molto più banale (Gli anni di Downing Street), ma quell’aggettivo riassume tutta la vita politica della Lady di Ferro, prima e unica donna a guidare la Gran Bretagna. Non ha mai perso un’elezione. Anzi, cosa straordinaria per la politica inglese, ne ha vinte tre di fila. Prima che una sconfitta arrivasse dalle urne è stata lei a decidere di lasciare. E le sue vittorie, sostiene Moore, hanno cambiato il Paese e la politica. Anche quella di sinistra. Senza di lei, forse, non ci sarebbe stato nessun Tony Blair.
Maggie (come non osavano chiamarla i colleghi politici) ha vinto anche le sue guerre. Quando l’Argentina aveva invaso le isole Falkland, nell’aprile del 1982, aveva mandato una task force di 27.000 uomini dall’altra parte del mondo e a giugno le aveva già riconquistate. «Il fallimento non è un’opzione», diceva, parafrasando la regina Vittoria. Quando Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, nel 1990, aveva bistrattato George W. Bush che in quel frangente era dubbioso sul da farsi: «Guarda George, questo non è il momento di tentennare!».

Thatcher ha trionfato anche in alcune politiche che hanno caratterizzato i suoi governi. È riuscita a far scendere l’inflazione, a ridimensionare i sindacati, ad azzerare quasi gli scioperi, ad abbassare le tasse e a privatizzare quello che era non privatizzabile. Quando tutti le dicevano che una cosa non si poteva fare, lei la faceva. Per capire la sua personalità controcorrente bisogna tornare a Grantham, in Lincolnshire, dove Margaret Hilda Roberts è nata il 13 ottobre 1925 in una famiglia né povera né benestante. Suo padre Alfred l’ha influenzata più di chiunque altro. Gestiva due negozi di alimentari ed era un cristiano fervente. Ha inculcato alla figlia il potere della conoscenza, le imponeva di leggere due libri a settimana, le insegnava a essere indipendente, a lottare per ciò in cui credeva: «Non fare mai qualcosa perché gli altri ti dicono di farla», le diceva. Un motto che lei ha sempre seguito, fino alla morte. Si era iscritta all’associazione locale del partito conservatore e uno dei membri era rimasto così colpito dalle sue capacità che l’aveva invitata a presentarsi come candidata per il seggio di Dartford. E’ stato allora che ha conosciuto Denis Thatcher, diventato suo marito nel 1951. Aveva 10 anni in più di lei, era un uomo d’affari rispettato dell’upper class ed è stato il compagno di una vita (è morto nel 2003). Poco dopo il matrimonio aveva dato alla luce due gemelli, Mark e Carole, e la famiglia aveva messo su casa nel quartiere di Chelsea a Londra.

Il primo assaggio di potere era arrivato nel 1959, quando aveva vinto nel seggio di Finchley e a 33 anni era diventata membro del parlamento iniziando la sua carriera stellare. Due anni dopo è sottosegretario alle Pensioni e nel 1970 diventa ministro dell’Educazione nel governo di Edward Heath. Era una delle poche donne in politica, ma questo non la intimidiva. Piuttosto erano gli elettori a non fidarsi. E la sua immagine non aiutava. Veniva criticata per la sua voce stridula, per il suoi abiti trasandati, persino per i suoi denti sporgenti. Grazie alla guida di un ex produttore della Bbc e di uno speech therapist era riuscita a cambiare la sua immagine e il modo di parlare. Nel 1976, già leader del partito conservatore da un anno, nemica giurata del comunismo, dopo un discorso duro sulla debolezza della Nato, la stampa sovietica le appiccica un soprannome: Iron Lady.

Il ’79 la vede varcare per la prima volta la soglia di Downing Street da primo ministro. Aveva iniziato subito le sue battaglie. Aveva ridotto il budget britannico per la Comunità economica europea, che poi diventerà la Ue. Aveva dato agli americani le basi inglesi per collocare i loro missili contro l’Unione Sovietica. E si era schierata contro l’Ira. Non aveva ascoltato le ragioni di dieci prigionieri politici in sciopero della fame, che poi morirono. In campo economico era andata contro il parere di tutti e il suo governo era a quel punto profondamente impopolare. Ma poi la guerra nelle Falkland e la sua determinazione a riconquistare le isole le regalarono un secondo mandato nel 1983, con la più larga maggioranza di sempre. È nell’84 che affronta una delle sue prove più difficili. Dopo aver ridimensionato per legge il ruolo dei sindacati, quello dei minatori entra in sciopero. Thatcher aveva dato ordine di mettere insieme grandi riserve di carbone, così che il Paese potesse andare avanti. E così fu. Dopo un anno i minatori tornarono al lavoro, sconfitti. Ma lei comincia a essere odiata, come figura arrogante e causa di divisione sociale. Qualcuna la odia tanto da volerla vedere morta. Nel 1984, nell’hotel di Brighton dove alloggiava prima del congresso del partito, era scoppiata una bomba dell’Ira. Maggie era rimasta illesa, ma cinque persone erano morte.

Negli anni successivi si inasprisce il suo euroscetticismo. Considerava l’Europa una porta aperta per il socialismo. Quanto amava aver a che fare con gli alleati americani, tanto odiava i leader europei, su tutti Valéry Giscard d’Estaing, presidente francese, e Helmut Kohl, cancelliere tedesco. Si sentiva isolata in Europa e combattendo l’idea di un’unione europea aveva intuito la crisi dell’eurozona attuale, rifiutando l’euro e lasciando intatto il potere della sterlina. A causa delle sue posizioni un membro importante del suo gabinetto, Geoffrey Howe, aveva rassegnato le dimissioni. Ormai il partito le era contro e Michael Heseltine l’aveva sfidata per la leadership. Thatcher aveva vinto il primo turno, ma senza maggioranza. Ci sarebbe stato un ballottaggio. I suoi ministri le avevano preannunciato che sarebbe stato umiliante e così rassegnò le sue dimissioni prima di essere sconfitta. Era il 1990. Chi le stava accanto dice che non si era mai ripresa dalla perdita di potere. Un colpo ancora più grande era stata la morte del marito Denis, nel 2003. Poi la figlia Carol rivelò che dal 2005 la madre era affetta da Alzheimer. Da allora si ritirò quasi completamente a vita privata. Ma per molti era già una figura leggendaria. Il più grande primo ministro britannico dai tempi di Winston Churchill.

Berlusconi può vincere nuovamente?

Di Antonio Cariola ~ gennaio 21st, 2013

Sembra improbabile al momento. E fra noi italiani, che ci conosciamo abbastanza bene, serpeggerebbe sorpresa. Però, arrivati a questo punto, l’ipotesi non può essere scartata completamente: Berlusconi potrebbe vincere le elezioni. Improbabile, a tutt’oggi. Ma non impossibile. Vediamo perché.

I sondaggi, per cominciare. Non tutti se lo ricordano, ma è esistito un tempo in cui i sondaggisti accorti «correggevano» i sondaggi. Se nelle interviste la Dc raccoglieva il 35% dei consensi, il sondaggista esperto diceva al committente: qui bisogna aggiungere qualche punto, perché molta gente preferisce nascondere che vota Dc; certo, la voterà, al momento buono, ma non ama dirlo, nemmeno a uno sconosciuto intervistatore.

Se nelle interviste i Verdi prendevano il 4%, il sondaggista esperto dimezzava la percentuale, perché sapeva che la dichiarazione di voto ai Verdi era la tipica risposta-rifugio.

Quella risposta-rifugio che non ti fa fare brutta figura (che male c’è a votare verde?) ma intanto ti permette di non dichiarare la tua vera preferenza. Meno diffusa era un altro tipo di correzione, che comincerà a essere presa in considerazione soprattutto nella seconda Repubblica: se tutti credono che le elezioni le vincerà un certo partito, conviene potare un po’ i consensi del vincitore annunciato. Si sarebbe dovuto fare fin dal 1976, quando ci si aspettava il trionfo del Pci (che poi non ci fu), ma sarebbe stato bene farlo soprattutto nel 1994 e nel 2006, quando un po’ tutti erano sicuri di una schiacciante vittoria della sinistra, che di nuovo non ci fu. Quest’ultimo, negli studi elettorali, si chiama effetto winner: saltare sul carro del vincitore al momento del sondaggio, per poi scegliere quel che si vuole quando si va a votare davvero.

Che c’entra tutto questo con Berlusconi ?

C’entra, perché anche oggi, verosimilmente, operano le distorsioni di sempre. C’è un vincitore annunciato (il Pd di Bersani), ci sono liste momentaneamente imbarazzanti (tutto ciò che sa di Lega e Berlusconi), ci sono liste rifugio, con cui sei abbastanza tranquillo di non fare brutta figura (lista Monti). Il sondaggista esperto, se vuole indovinare il voto o dare informazioni attendibili al suo committente, dovrebbe aggiungere un po’ di voti a Pdl e Lega, toglierne un po’ a Bersani e Monti. Insomma dovrebbe «aggiustare» i sondaggi. Non sappiamo se qualche istituto lo fa effettivamente o se, più correttamente, i numeri che vengono pubblicati ogni giorno sono quelli veri, quelli che risultano ai sondaggisti prima di ogni correzione o ritocco. Se, come dobbiamo augurarci, i dati resi pubblici non sono ritoccati, dovremmo concludere che il distacco effettivo del centro-destra è sensibilmente minore di quello che viene indicato dai sondaggi. Diciamo, giusto per dare un’idea, che dovremmo aggiungere un paio di punti al centro-destra e toglierne altrettanti al Pd e alla lista Monti.

C’è poi un altro fattore che gioca a favore di Berlusconi. Nella seconda Repubblica il cosiddetto incumbent, ossia l’ultimo che ha governato, non ha mai vinto le elezioni. Gli italiani hanno sempre bocciato chi aveva governato, e hanno sempre scommesso su chi stava all’opposizione.

Da questo punto di vista far cadere Berlusconi senza andare al voto è stato un grosso assist a Berlusconi stesso: ha concesso agli italiani il tempo di dimenticare la loro delusione per il duo Tremonti-Berlusconi e di convogliare tutta la loro rabbia sul governo Monti. Un anno fa Berlusconi era il governo uscente e Bersani era l’opposizione che si candidava a prendere la guida del Paese, oggi il governo uscente è quello di Monti, e l’opposizione è Berlusconi, non certo Bersani che con Monti e il suo governo è stato assai leale. Insomma lo svantaggio di essere l’ultimo ad aver governato ricade su Monti, e il vantaggio di essere l’opposizione – dopo lo strappo con Monti – è tutto di Berlusconi.

D’accordo, direte voi, ma sui programmi Berlusconi non è credibile. Qui occorre intendersi. Sui programmi nessuno è credibile, forse nemmeno Monti, la cui famigerata agenda ha già subito fin troppe giravolte (ad esempio su Imu e pressione fiscale). E naturalmente Berlusconi non fa eccezione, racconta di aver rispettato il «Contratto con gli italiani», ma non dice tutta la verità (del resto nessuno statista dice la verità), come sa chiunque abbia studiato seriamente le cifre (che fine hanno fatto le due aliquote Irpef al 23 e 33%?). Però un conto è fare promesse credibili, un conto è apparire credibili agli occhi dell’opinione pubblica. Distinzione sottile, ma riflettiamoci su: fra Bersani, Monti e Berlusconi chi fa proposte che più facilmente possono essere credute?

Secondo me è Berlusconi che ha più probabilità di intercettare gli umori della gente. E spiego perché. Da almeno due anni, dunque da prima dell’avvento di Monti, i sondaggi segnalano che il problema delle tasse è diventato assolutamente prioritario, come non lo era mai stato prima. Di fronte a questo problema chi è più credibile? La sinistra, che le tasse e la spesa pubblica le ha nel suo Dna? Il governo Monti, che i mali dell’Italia li ha curati innanzitutto con maggiori tasse? O Berlusconi che promette di eliminare l’Imu sulla prima casa e l’ha già fatto con l’Ici?

E sul lavoro, l’altro grande problema degli italiani, chi è più credibile?

La sinistra, verrebbe da dire. Però guardiamo anche al linguaggio, alle parole che si usano per farsi capire dagli italiani. «Mettere il lavoro al centro», slogan vuoto ripetuto fino alla noia dai dirigenti della sinistra, non evoca nulla di preciso, di concreto. Dire che chi vuol assumere un giovane a tempo pieno potrà farlo senza pagare un euro di tasse e contributi («come fosse in nero», ha detto Berlusconi efficacemente in tv), uno dei cavalli di battaglia del centro-destra, è una proposta che chiunque capisce, e chi ha un’attività apprezza.

Naturalmente ognuno può pensare che nulla di quel che dice Berlusconi sarà realizzato, o all’opposto che tutto sarà realizzato e proprio questo ci porterà al disastro. Ma resta il fatto che quel che vuol fare Berlusconi si capisce subito, perché lui mette sul tavolo numeri, cifre e proposte concrete; mentre quel che vogliono Bersani e Monti si capisce meno, o appare lontano, astratto, difficilmente traducibile in misure concrete. Per dirla con Adriano Celentano, Berlusconi è rock, Monti è lento, come si vede bene in tv. Non sono categorie politiche, ma nella comunicazione sono cose che contano. E la politica è anche questo, comunicazione, energia, saper arrivare agli elettori. Tutte cose che in un mondo ben ordinato dovrebbero contare solo parzialmente quando nessuno è veramente credibile, finiscono per trinfare.

Insomma, se fossi Bersani non dormirei ancora sonni tranquilli.

Berlusconi è rinato: torna il miglior comunicatore politico italiano

Di Antonio Cariola ~ gennaio 11th, 2013

Devo arrendermi di fronte all’evidenza, ricredermi sulla mia depressione politica: Berlusconi è politicamente risorto. E’ un miracolo che avviene dopo un anno di pausa ed una fase fallimentare (l’insistenza sulle battute sul bunga bunga, i consigli di Lele Mora ed Emilio Fede e tutto il tran tran di gente inaffidabile attorno al vecchio leader). In questi giorni un Berlusconi depurato sta stupendo e rilanciando lo schieramento di centrodestra: il colpo da maestro ieri, da Santoro, contro cui ha vinto un aspro dibattito televisivo quasi americano (del resto da noi non ci sono contendenti e ci si deve acconciare dibattendo con giornalisti schierati).

“Avevano fatto scommesse che sarei andato via, che mi sarei alzato, invece le abbiamo vinto tutte noi le scommesse”. Così Silvio Berlusconi, grande sorriso stampato sul viso, chiude la puntata di Servizio Pubblico e chiosa con uno stentoreo: “Santoro, bravo!”.

Quindi si alza dalla sedia e va a stringere la mano di Michele Santoro e poi gli dà una pacca amichevole sul braccio. Prima delle vignette di Vauro, il Cavaliere lascia lo studio e lancia (fuori onda) un appello al pubblico: “Ragazzi, non fatevi infinocchiare”.

“Un ascolto così alto da Santoro davvero non me lo aspettavo – ha spiegato oggi il Cavaliere ai microfoni di Telecamere – un buon ascolto era certamente atteso ma non così alto. A Santoro avevo detto prima dell’inizio della trasmissione che avrebbe fatto il record”. Gli scommettitori che hanno puntato “contro” Belusconi dovranno rassegnarsi: l’ex premier non solo non ha abbandonato la trasmissione prima dei titoli di coda, ma non nemmeno mai avuto alcun segno di cedimento. Berlusconi ha vinto: non solo ha sgominato il clan Santoro a casa del “nemico”, ma ha addirittura messo in crisi la trasmissione che doveva attaccarlo facendo ammutolire Marco Travaglio e mandando su tutte le furie Michele Santoro. I due giornalisti, però, si consoleranno con il boom di ascolti incassato dal Cavaliere che ieri sera ha accettato il duello televisivo in prima serata su La7. Sono stati 8.670.000 gli spettatori di Servizio Pubblico: con il 33,58% di share viene ampiamente battuto il record della rete. Santoro era, infatti, andato vicino al primato già all’esordio del programma il 25 ottobre 2012 con 2.985.000 spettatori e il 12.99% di share. Un risultato in linea con la prima puntata di Quello che (non) ho di Fabio Fazio e Roberto Saviano (3.036.000 spettatori e 12,66% di share), andata in onda il 14 maggio del 2012.

Insomma, un vero e proprio successo per l’amittente di Telecom e per il Cavaliere che fa un altro balzo in avanti nei sondaggi. Secondo l’elaborazione dell’Istituto Swg perAgorà, l’asse tra Pdl e Lega Nord continua a tallonare i democratici di Pierluigi Bersani e si attesta come seconda coalizione in corsa alle politiche.

Secondo Roberto Weber, presidente di Swg, “dopo la presenza televisiva da Santoro, Berlusconi è cresciuto ancora, forse di un paio di punti”. Stando ai sondaggi in possesso del Cavaliere, il centrodestra potrebbe agevolmente arrivare oltre il 30%, se non toccare il 40% se gli italiani capiscono che senza un partito in grado di cambiare la costituzione il Paese rischia di andare allo sfascio. Il Pdl sorride e incassa l’ottimo risultato.

Del resto molti di voi hanno visto il dibattito, quindi risparmio i dettagli. Stiamo sul succo. Da una parte Michele Santoro e ciò che rappresenta, cioè quei rivoluzionari a parole inchiodati, un po’ per necessità un po’ per convinzione, al peggior conservatorismo. Dall’altra Silvio Berlusconi, un presunto conservatore che ha la rivoluzione nel sangue e che vorrebbe rivoltare l’Italia, e forse il mondo, come un calzino. Uno, Berlusconi, a spiegare perché e come cambiare la Costituzione per rendere finalmente governabile questo Paese. Gli altri, in primis Travaglio, a rivangare le solite ragazze del Bunga Bunga e rinfacciare un sostegno a Monti da loro stessi auspicato, implorato e benedetto all’epoca dei fatti.

Perché, se la memoria non mi inganna, a tentare di scongiurare l’insediamento di Monti con sostegno bipartisan, non furono Santoro né Travaglio, ma solo i militanti di centrodestra. Saremo anche un po’ così così, come sostengono i soloni, ma ci era evidente che si trattava di un trappolone per liberarsi di Berlusconi e del centrodestra in modo definitivo.
Berlusconi ieri sera aveva già vinto ancora prima di entrare in studio, fosse solo per l’attesa suscitata nel pubblico. Una volta nell’arena si è dimostrato che non poteva esserci partita. Persino Travaglio ha fatto la figura dello scolaretto impreparato. Non è questione di pagelle. È che la demagogia della banda Santoro, punta di diamante dell’antiberlusconismo militante, si è dissolta al cospetto di Berlusconi. Il quale avrà anche le sue colpe, ma non teme il confronto e parla alla gente invece che ai giornalisti.
Se la speranza di qualcuno era di veder dare il ko al Cavaliere, l’operazione è fallita, anzi credo nell’effetto contrario. Ma l’unica volta che Santoro è uscito dal suo programma con le ossa rotte è anche la prima che vince davvero, perché dopo tanto giornalismo-fiction finalmente ha provato l’ebbrezza di giocare una partita non truccata in partenza.

Il futuro fiscale degli italiani se voteranno con i piedi

Di Antonio Cariola ~ dicembre 20th, 2012

Torno a parlare di Italia dopo oltre un anno. Mi ero ripromesso di non farlo, disgustato da questo paese e dalla sua politica inciuciona e anti-democratica. Cosa intendo dire con il mio titolo? Votare con i piedi non vuol dire votare male. Al contrario. Vuol dire comportarsi come Depardieu. L’attore francese ha mollato la Francia e in una rirriverente lettera al suo premier spiega bene perché lo ha fatto.

In buona sostanza l’attore dice: sono venuto dal nulla, mi sono fatto un «mazzo così», ho pagato milioni e milioni di euro in tasse, ma ora il governo di Parigi sta esagerando e io mollo tutto. Me ne vado da un Paese che mi strozza. Rinuncio alle tasse francesi e anche al voto. Con l’aria che tira da noi, il rischio è che molti italiani facciano altrettanto.

Ma c’è un piccolo grande particolare che abbiamo trascurato. Non tutti sono in grado o possono votare con i piedi. Si tratta di una forma legittima e ben costruita di rivolta fiscale che per lo più riguarda i ricchi. Coloro che fanno lavori internazionali, che non hanno problemi di costi di trasporto, che hanno patrimoni ingenti, ma trasferibili con un click si accomodino: gli altri restino. Per la verità una parte dell’impresa italiana sta già scappando. Burocrazie e imposte ci mettono da tempo in una condizione simile a quelle di Depardieu. Basta farsi un giro oltre i confini dell’Italia e si assiste a una vera e propria transumanza di attività produttive. L’attore francese vende la casa di Parigi, le nostre imprese spostano le fabbriche. Ma il risultato non cambia. Chi rimane incastrato è il ceto medio o la piccola impresa legata al territorio, che si prende in faccia tutto il peso fiscale della nostra Bestia statale. La concorrenza non è più su chi fa i prodotti migliori, ma su chi ha la possibilità di farli in luoghi fiscalmente appetibili.

Scappare da un fisco ingiusto innesca una sana concorrenza fiscale tra Paesi. Chi emigra mette tutto sul piatto. Quanto valgono i servizi resi a fronte delle imposte pagate? È questo il bilancio che ogni contribuente inizia a fare. A trattenere gli italiani, oltre a una certa indolenza, c’è il plus Belpaese: per come si mangia, per come si vive, per cosa si vede. Ma tutto ha un prezzo, o meglio una tassa. Superata la quale si rinuncia pure alla pastasciutta al dente.

La tendenza dei governi a esagerare con la leva fiscale non è solo italiana e non è solo contemporanea. A un certo punto della sua vita chiesero al grande fisico inglese Faraday a che cosa servissero i suoi studi sull’elettromagnetismo. Egli confidò di non averne la più pallida idea, ma di essere certo che un giorno la Regina li avrebbe tassati. La storia fiscale altro non è che un’affannosa rincorsa al modo ottimale per nutrire la Bestia statale. Due giorni fa il nostro ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, è stato interpellato sulle previsioni superiori alle attese del gettito derivante dalla patrimoniale sulla casa (l’Imu). Il nostro ha detto: «Se ci fosse un gettito maggiore sarebbe salutare per i conti pubblici». Avete capito bene: salutare. Chi ha sempre fatto parte della macchina statale, chi ha sempre avuto una segretaria o un famiglio per fare la fila alle poste, chi ha sempre avuto un contribuente che gli pagasse il pieno all’auto di servizio, insomma, chiunque sia al nostro servizio, ma finge che sia il contrario, ritiene «salutare» recuperare dai contribuenti il massimo possibile. Tutto ciò è sbagliato.

Chi può permetterselo ha la strada di Depardieu. Chi non può, quella della Grecia. Una brutta, bruttissima alternativa.

 

La non vittoria di Obama, il presidente ombra

Di Antonio Cariola ~ novembre 8th, 2012

Obama ha vinto? Forse tecnicamente, ma la sostanza politica dice altro. Il clima (anche atmosferico) della sua vittoria è molto diverso da quello di quattro anni fa. Nel 2008 la notte della vittoria era tiepida, con una luna piena che illuminava a giorno un Grant Park dove a celebrare non c’erano solo i democratici, ma tutta l’America. Ed ammetto che anche io ero stato idealmente galvanizzato (anche se poco) dal primo presidente afro-americano della storia USA.

Dopotutto, in quella campagna elettorale Obama era andato ripetendo che in America non esistono Stati repubblicani e Stati democratici, ma solo gli Stati Uniti d’America. E l’America unita aveva celebrato l’alba di quella che sembrava una nuova era. Ieri a Chicago invece faceva freddo, pioveva, e le celebrazioni erano rinchiuse nella sede locale delle fiere aziendali. A partecipare c’erano solo i democratici, felici solo che non aveva vinto il loro nemico.

Ebbene sì. Ieri non ha vinto Obama, ma ha perso Romney.

Un presidente che in quattro anni ha aumentato il debito del 50%, che non è riuscito a far scendere la disoccupazione al di sotto del 7,8%, e non ha presentato un piano serio per ridurre l’esplosione futura delle spese sanitarie per gli anziani (il cui fondo diventerà insolvente tra 11 anni), era facilmente battibile, se non fosse stato per il colore della pelle.

Romney non è stato in grado di farlo, nonostante gli americani abbiano rinnovato la loro fiducia ai candidati Repubblicani, che hanno mantenuto la maggioranza in Congresso. È stato sconfitto il Romney tecnocratico: competente, ma incapace di parlare al cuore degli Americani. È stato sconfitto il Romney super tattico, bravissimo (forse troppo) ad adattarsi agli umori degli elettori, ma incapace di generare fiducia. È stato sconfitto il Romney troppo succube a quell’America bigotta che crede che il concepimento a seguito dello stupro sia «un dono del Signore» (come ha detto in un dibattito il candidato repubblicano al Senato in Indiana).

Questa vittoria suo malgrado, rende difficile al presidente Obama gestire il suo secondo mandato, soprattutto con un Congresso a maggioranza schiacciante repubblicana. Difficoltà aumentata dalla mancanza di chiarezza del suo programma. Una delle poche proposte chiare è un aumento delle imposte per chi ha un reddito familiare maggiore di 250mila dollari l’anno. Questo provvedimento è lungi dal risanare il deficit federale che viaggia al 10% e non dà segnali di ridursi. Una politica fiscale accomodante nel colmo della più grande crisi economica dal 1929 poteva andare bene, ma continuare quattro anni dopo mette a repentaglio la stabilità finanziaria degli Stati Uniti.
La piattaforma elettorale di Obama contiene anche delle proposte utili per combattere la disoccupazione, come un piano per riqualificare due milioni di disoccupati ed assumere più insegnanti di matematica e scienze (!!!! seriamente, ma che idea è?! Basta un qualsiasi Ciriaco de Mita per attuare questa politica). Contiene infine 75 miliardi di dollari di spese in infrastrutture. Ma siamo ad una vecchia strategia di «tassa e spendi» che ha fallito nella Spagna di Zapatero e sta fallendo nella Francia di Hollande. E siamo lungi dalle speranze di un nuovo modo di fare politica promesso quattro anni fa.

Questo nuovo modo di fare politica non si è visto neppure nella regolamentazione finanziaria. La legge Dodd-Frank ha certamente degli aspetti positivi, come la creazione di un’agenzia di protezione dei consumatori, ma non risolve il problema del «troppo grande per fallire». Ed è difficile pensare che la stessa amministrazione che l’ha approvata possa cambiarla.
L’unica speranza del secondo mandato è che, libero da preoccupazioni elettorali, Obama ritorni ad essere quello che aveva promesso di essere nella sua prima campagna elettorale: un presidente bipartisan che tratti i suoi elettori come cittadini adulti e responsabili, dicendo loro le verità (anche amare) e non vendendo illusioni. Se volesse fare questo dovrebbe nominare come ministro del Tesoro Erskine Bowles, co-presidente della commissione sulla sostenibilità fiscale, impegnandosi ad approvare le conclusioni di quella commissione. Sono proposte molto serie e coraggiose per risanare il bilancio federale, tra cui l’eliminazione dei sussidi all’agricoltura, un aumento dell’età pensionabile, ed un aumento dei contributi sociali per sostenere il peso pensionistico futuro. Sarebbe difficile per i Repubblicani opporsi a questo piano, cui hanno in parte contribuito con le loro migliori intelligenze.

Solo se si impegnasse in queste riforme e diventasse quel presedente che aveva promesso di essere, Obama potrebbe passare alla storia per qualcosa di più che essere il primo presidente negro degli Stati Uniti.

O forse, in fondo, Obama non è niente più di questo: un presidente negro. Simpatico, utile quanto una bandierina da spostare qua e la, come quei soprammobili che abbiamo in casa ma che sono privi di qualsiasi utilità pratica, se non quella di gingillarci mostrando la casa piena agli ospiti.

Il sogno di Romney si infrange per colpa del GOP e della sua arretratezza

Di Antonio Cariola ~ novembre 7th, 2012

Dopo quasi due anni di campagna elettorale, a Mitt Romney sono bastati pochi minuti per concedere la vittoria al presidente Obama e chiudere il capitolo più intenso della sua vita: «L’America – ha detto – vive un momento difficile, e non può permettersi le liti politiche. Ha bisogno di leader che dialoghino con gli avversari, nell’interesse del paese. Per fare questo ha scelto un altro leader, e io prego Dio che abbia successo».

Niente di più: niente recriminazioni, niente sfide, neanche un accenno alle idee che vorrebbe salvare della sua campagna elettorale, o alle iniziative politiche che intende perseguire nel futuro. Un discorso misurato e nobile, che però lascia il Partito repubblicano nel vuoto cosmico e nello smarrimento in cui lo ha precipitato questa sconfitta.

Romney ha perso in maniera netta in termini di stati conquistati per colpa dell’arretrato sistema elettorale americano, ma di misura in termini di voto popolare nazionale. Questo da una parte significa che il Gop sta perdendo il controllo del territorio, soprattutto a causa dei mutamenti demografici in corso, ma dall’altra conferma che gli Stati Uniti sono profondamente divisi e polarizzati come mai fra Repubblicani e Democratici.

La sconfitta di Mitt è cominciata durante le primarie, quando per conquistare la nomination repubblicana ha fatto troppe concessioni alla destra religiosa sui temi sociali. Così si è allontanato dal centro e dagli elettori moderati, e non è più riuscito a recuperarli, nonostante gli sforzi di riposizionamento cominciati soprattutto con il dibattito televisivo di Denver. Nello stesso tempo, Romney ha fallito nel far passare il tema principale della sua campagna, che era l’economia. In cui Obama ha dato il peggio di sé (non dimentichiamoci che gli Stati Uniti hanno rischiato la banca rotta tecnica l’anno scorso): non è riuscito a convincere gli americani che la crisi richiedeva un cambiamento alla Casa Bianca, e soprattutto che lui aveva la ricetta giusta per rilanciare il paese. I democratici hanno avuto successo nel dipingerlo come un ricco uomo d’affari lontano dalle esigenze della gente comune, che riciclava solo le vecchie idee fallimentari del Gop, centrate sulle riduzioni fiscali per le classi più abbienti.

Ora Romney esce di scena, ma i problemi che non ha potuto risolvere restano sul tavolo.

Il primo, che adesso rimane nelle mani di Obama, è come riunificare l’America per affrontare i seri guai fiscali che l’attendono. Un debito enorme, e il “fiscal cliff” in cui precipiterà a gennaio proprio per colpa del presidente uscente, se democratici e repubblicani non troveranno il modo di collaborare per risolvere in maniera bipartisan la questione delle spese da ridurre. Il Congresso è rimasto diviso com’era, con il partito di Obama in controllo del Senato (ma senza i numeri per approvare leggi e impedire il veto repubblicano) e il Gop della Camera, e non sarà facile superare l’acrimonia elettorale per trovare i compromessi di cui ha bisogno il paese.

Il secondo problema, invece, è la crisi del Gop, che in sostanza non si è ancora ripreso dal trauma dell’era Bush. Il partito vive una contraddizione difficile da sanare. Da una parte, sui temi sociali come aborto e divorzio, vorrebbe uno stato interventista che entri nelle case dei cittadini, per vietare pratiche ormai sempre più condivise dalla maggioranza degli americani. Dall’altra, sull’economia, le tasse, la sanità e lo stato sociale, vorrebbe un governo leggero che interferisca il meno possibile con le vite delle persone. E’ l’alleanza tra la destra religiosa e il Tea Party, che ha dimostrato di non bastare a vincere la Casa Bianca.

Il Gop, in sostanza, sta diventando il partito degli uomini bianchi conservatori e protestanti, che non sono più maggioranza negli Stati Uniti. Un partito che sta voltando le spalle ai gruppi di elettori più consistenti, come le donne e le minoranze, a partire da quella negra, che con il voto razziale ha riportato Obama alla Casa Bianca. Così rischia di condannarsi all’irrilevanza per un lungo periodo, o peggio ancora allo sterile ostruzionismo. Ha leader giovani con cui ripartire come Ryan, il senatore Marco Rubio, il governatore del New Jersey Christie, lo stesso Jeb Bush. Prima, però, deve fare l’esame di coscienza, e cominciare a dare segnali positivi con lotte liberali su giustizia, pena di morte e possesso delle armi: solo così il GOP potrà ritrovare la sua anima di partito riformista e moderno, da opporre allo sterile conservatorismo fashion dei democrats (che appariranno sempre più per quello che sono: dei mediatori incapaci di iniziative e di opzioni di governo serio), e uscirà dal cliché triste del “partito dei miliardari” appoggiato da Mr Monty Burns, dalle leghe petrolifere e da un’antiestetica assemblea di cattivi alla Dick Cheney.

 

Napolitano contro i poveri:”Devono fare sacrifici e soffrire anche loro per il bene dello stato”

Di Antonio Cariola ~ dicembre 17th, 2011

Avanti popolo, alla riscossa. Qualcosa non torna? Si, oggi si dice così: avanti popolo, alla riscossa…..delle tasse! Dal trionfo del proletariato al trionfo del salassato: ci voleva un vecchio comunista imbroglione come Giorgio Napolitano per portare la sinistra all’ultimo passo della sua evoluzione.
«Anche e soprattutto i poveri devono fare sacrifici per il bene dello stato, finché avranno più di quel che gli basta per mangiare, dato che non si mangia cinque volte al giorno, è meglio che diano questa eccedenza allo stato, altrimenti non possiamo pagare gli stipendi », ha detto il presidente della Repubblica in un videomessaggio per la XXII edizione del Telethon. E nelle tipografia della sinistra italiana già sono pronti i nuovi manifesti: uno spettro si aggira per l’Italia,cari poveri dovete soffrire per il bene dei ricchi.

Perfetto, no? Partirono promettendo alla classe operaia di andare in paradiso, arrivano chiedendole di pagare l’Ici sulla prima casa. «Anche i meno abbienti devono fare sacrifici». Sempre più di fisco, sempre meno di lotta la sinistra si trova così spiazzata dal padre nobile, il grande vecchio che sta sul Colle: pare che nel Pd, dopo le sue parole, le gastriti duodenali siano cresciute in misura inversamente proporzionale al favore dei sondaggi. In effetti: già è difficile andare a spiegare a Mirafiori e a Pomigliano d’Arco che questa manovra bisogna digerirla per forza perché così piace all’Europa di frau Merkel. Figurarsi ora che si diffonde la notizia che il nuovo motto della sinistra dice che anche i poveri devono piangere…

Problemi di Bersani, problemi della Cgil. Il loro compito non sarà facile. Già faticano un po’ a far passare la linea della responsabilità fra i loro iscritti: ora il guru del Quirinale toglie qualsiasi spazio di manovra. Non hanno altra possibilità: dovranno seguire il rigor Montis fino alla morte per consunzione di elettorato. La tassa sulla casa? Anche i poveri devono pagare fino al salasso. Il taglio delle pensioni? Anche i poveri devono pagare, anzi, meglio proprio se ci rinunciano. Aumenta la benzina? Anche i poveri devono pagare (che poi dove devono andare questi straccioni? Ci vadano a piedi a chiedere l’elemosina per versare le tasse).
Il neo motto napolitano è l’alka seltzer che fa digerire qualsiasi salasso indigesto. Se, per dire,tra un po’ a Berlino s’inventano che dobbiamo pagare la tassa sul pane, embeh? Anche i poveri, per quanto mangiano, devono pagare. E se arriva l’imposta sull’aria? Pazienza: anche i poveri, finché respirano, devono pagare questo bene pubblico.

Nel pomeriggio il presidente Napolitano è tornato a parlare dalla Farnesina e ha sparso parole di fiducia sull’Italia che è tornata autorevole al tavolo delle istituzioni europee. E noi immaginiamo le feste nelle case popolari di Reggio Calabria e Termini Imerese: evviva, evviva, abbiamo una fame che non ci vediamo più, non arriviamo a fine mese, per fare il pieno al distributore bisogna aprire un mutuo, però quando Monti arriva a Bruxelles gli fanno le feste.
Oh come siamo felici, oh come siamo contenti. E che dite, cari compagni: se facciamo qualche altro sacrificio in più, non è che per caso il nostro premier lo portano pure in trionfo? Perché, se fosse così, c’è gente disposta a morir di fame pur di vederlo, per una volta, sorridente…
Del resto, si sa, anche i poveri devono pagare. Dal manifesto di Marx a quello di re Giorgio: per le classi operaie il sol dell’avvenire non brilla più da tempo, ora Napolitano ha spento anche l’ultima lampadina a 25 W. Pensate che cosa sarebbe successo se una dichiarazione di questo genere l’avesse fatta chiunque altro, da Berlusconi in là: si sarebbe scatenata contro una furia devastante. Potete immaginare: troupe di Ballarò all’assalto,vecchiette indignate, cori di pensionati a denunciare ad alta voce la lesa maestà del loro vivere quotidiano. «Come è possibile?», «Come osa?», «E come si permette? ».
Invece quella frase l’ha detta Giorgio l’Intoccabile Pezzo di Merda (che Dio ce lo conservi ancora per poco sulla terra), il sovrano tutelare della Repubblica, il leader dell’era sobria e della fame. E nessuno lo può contestare. Nemmeno Bersani, nemmeno la Cgil. Nessuno che abbia notato nemmeno quanto stonassero i ricchi arazzi del Quirinale dietro alle spalle di un vecchio bastardo parassita che chiede ai poveri di fare sacrifici. Nessuno che abbia ricordato a Napolitano che prima che i meno abbienti, forse, sarebbe bene che i sacrifici li facessero gli abitanti di quei palazzi romani, ancor pieni di privilegi e ori.

Niente di niente. Tutti ad applaudire.L’Italia è tornata autorevole, evviva. Abbiamo evitato il disastro, evviva. I non abbienti devono pagare, evviva evviva. Adesso che l’hanno capito, chi li ferma più: bandiera rossa la trionferà. E nel nuovo mondo i poveri potranno finalmente soffrire tantissimo.

Questa manovra fa così schifo che anche i ministri piangono

Di Antonio Cariola ~ dicembre 5th, 2011

Dicono che siamo di fronte a una manovra equa. Sarà, a noi sembra più una manovra di Equitalia, cioè da esattore delle tasse. Tasse sulla casa, sui consumi, sui beni finanziari, sulle barche, sulle auto e altro ancora (vietate spese in contante sopra i mille euro).

Ma guai a chiamarla patrimoniale.
Mario Monti, presentando ieri sera la sua manovra, ha giocato con le parole e con una retorica un po’ pretesca, stando attento a non irritare i partiti che dovranno sostenerlo in Parlamento. Il centrodestra è riuscito a portare a casa che l’Irpef non si ritocca all’insù,la sinistra ha ottenuto una tassa aggiuntiva sui capitali scudati (odiosa perché annulla un precedente patto tra lo Stato e i cittadini). Ma il risultato non cambia. I sacrifici sono grossi, tanto che nell’annunciare quelli di sua competenza (riforma delle pensioni), la ministra Fornero ha fatto finta di mettersi a piangere.
Che dire, se piange il governo, figuriamoci cosa dovremmo fare noi lavoratori contribuenti. Per indorare la pillola, la declinazione dei sacrifici è stata preceduta dall’annuncio di tagli alla casta della politica. In sintesi, le Province verranno ridotte al lumicino, non saranno più organi di governo (dieci consiglieri, nessuna giunta) e le poltrone di enti pubblici non costituzionali non saranno più retribuite. Nessuna parola sul Parlamento, forse per evitare di inimicarsi deputati e senatori.
Al centrodestra questa manovra ovviamente non piace e di incentivi allo sviluppo se ne vedono ben pochi. Ma se non è ancora più punitiva per il ceto medio italiano forse lo si deve proprio al fatto che il Pdl ha accettato di sostenere il tentativo del governo Monti per condizionarne alcune scelte. È quindi probabile, anzi certo,che Alfano darà l’indicazione ai suoi di votare la fiducia che Monti chiederà in aula nei prossimi giorni. Il che non è propriamente un sì ai singoli provvedimenti, ma un secondo via libera al governo dei tecnici in attesa di vedere la prossima ondata di provvedimenti, tra i quali la riforma del mercato del lavoro. Se il centrodestra non ride, a sinistra si piange. La conferma di una riforma delle pensioni che tocca età e adeguamenti rende critico come non mai il rapporto tra la Cgil e il Pd che dovrà sostenerla in aula. Ma Bersani non ha via d’uscita, se non lasciare la protesta alla Camusso e a Di Pietro. Il vero capo del Pd, Giorgio Napolitano, non ammetterebbe colpi di testa.

Una nuova moneta per il bene comune

Di Antonio Cariola ~ novembre 27th, 2011

Se è corretto che l’avvento del governo Monti in Italia e del governo Papademos in Grecia corrisponde a un colpo di stato finanziario imposto dalla Banca Centrale Europea (Bce), dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e dalla Commissione Europea sottomessa al direttorio di Francia e Germania che sono i principali Paesi creditori dell’Italia e della Grecia; se è corretto che l’economia italiana è fondamentalmente sana e che l’Italia, al pari del resto del mondo, sta pagando le conseguenze del crimine perpetrato dai poteri finanziari che hanno immesso sul mercato un ammontare di prodotti derivati pari a 700.000 miliardi di dollari, denaro virtuale che non ha riscontro con i beni prodotti, contro un Pil mondiale di 60.000 miliardi di dollari che corrisponde al valore della ricchezza reale dell’insieme degli Stati del mondo; se è corretto che nel 2000, prima dell’adesione all’euro, gli italiani stavano meglio di quanto non stiano oggi mettendo a confronto i dati concernenti il reddito pro-capite a prezzi costanti, l’occupazione reale, le esportazioni delle nostre imprese e la bilancia dei pagamenti; se tutto ciò è corretto allora è arrivato il momento di valutare seriamente e prendere successivamente e rapidamente la decisione di riscattare la nostra sovranità monetaria, che significa tornare a battere moneta in Italia uscendo dall’euro, come presupposto inevitabile per salvaguardare la nostra sovranità nazionale, affinché non ci si ritrovi sempre più succubi di un’Europa centralistica e autoritaria egemonizzata dalla Germania e sempre più in balia dei poteri finanziari che ci schiavizzeranno riducendoci, al pari dei cinesi capital-comunisti, in semplici produttori di materialità per far crescere illimitatamente il Pil, la cui ricompensa corrisponderà alla possibilità di consumare il più possibile, scardinando la nostra civiltà laica e liberale dalle radici giudaico-cristiane svuotandola di qualsiasi presenza di spiritualità, valori non negoziabili, identità comunitaria e nazionale, certezza delle regole e democrazia sostanziale.

Nel suo discorso alla Camera prima di ottenere un consenso plebiscitario, Monti ha sdegnosamente rifiutato qualsiasi allusione alla sua appartenenza ai poteri finanziari forti, considerandola offensiva, ha escluso qualsiasi conflitto d’interessi. Sulla dinamica che ha portato all’avvento del governo Monti abbiamo già ampiamente trattato e ribadisco la mia condanna assoluta perché si tratta di una flagrante violazione della nostra democrazia sostanziale. Monti ci dica soltanto se è vero o meno che è stato consigliere della Goldman Sachs, la più importante banca d’affari al mondo, presidente europeo della Commissione Trilaterale e socio del Gruppo Bilderberg, che annoverano al loro interno i più potenti finanzieri, imprenditori e politici del mondo.

Sulla prospettiva della crescente sottomissione dell’Italia ad un’Europa egemonizzata dal direttorio franco-tedesco, consideriamo che del nostro debito estero, pari a 1.040 miliardi di euro, la Francia detiene 378 miliardi di euro (36%) mentre la Germania detiene 140 miliardi di euro (13%). Così come per la Grecia che ha un debito estero di 175 miliardi di euro, la Francia detiene 55 miliardi di euro (31%) mentre la Germania detiene 33 miliardi di euro (19%). I colpi di stato finanziari messi a segno prima in Grecia e poi in Italia corrispondono alle decisioni assunte da Sarkozy e dalla Merkel, d’intesa con i centri finanziari internazionali, per garantire i loro interessi nazionali. Se vogliamo avere un riscontro circa l’atteggiamento aggressivo, al limite dell’intimidatorio, dei due leader citiamo quanto hanno detto recentemente la Merkel: «Se cade l’euro cade l’Europa», e Sarkozy: «Lasciare distruggere l’euro è prendersi il rischio di distruggere l’Europa. Coloro che vogliono distruggere l’euro si assumeranno la responsabilità di riaccendere i conflitti nel nostro continente».

Noi singoli cittadini italiani prendiamo atto che il nostro tenore di vita è decisamente peggiorato dopo l’addio alla lira. Dobbiamo prendere atto che l’euro è l’unica moneta al mondo che impedisce agli Stati che lo adottano di poter ottenere il prestito dalle rispettive banche nazionali e sono costretti ad offrire i loro titoli sul mercato, esponendosi al rischio di intercettare i prodotti derivati, il cancro della finanzia internazionale.

La speculazione sui titoli azionari e sullo spread finisce per far cadere i governi nazionali. Al contrario gli inglesi, i danesi e gli svedesi, che non aderiscono all’euro, se ne fregano dello spread, quando hanno bisogno di soldi vanno dalle rispettive banche centrali e si fanno stampare moneta.

Ecco perché è arrivato il momento di riconsiderare la nostra adesione all’euro e al ripristino della nostra sovranità monetaria, anche attraverso la rinazionalizzazione della Banca d’Italia e attribuendo direttamente al Tesoro l’emissione della moneta così come è avvenuto in passato. È ora che decidiamo se vogliamo diventare schiavi di questa Europa dell’euro, autocratica, materialistica, consumistica e relativista, o se scegliamo di affrancarci finanziariamente, riscattare la nostra sovranità nazionale e rinascere come civiltà con un’anima che mette al centro la persona non la moneta, persegue il bene comune non il profitto costi quel che costi.

Italia, un paese di servi e traditori

Di Antonio Cariola ~ novembre 14th, 2011

Ancora non abbiamo letto che cammina sulle acque e moltiplica prodotti ittici con un semplice schiocco delle dita, ma tutto il resto ricorda molto una biografia già nota. Prima ancora che Monti entri in scena, dilaga per il Paese la febbre alta per il nuovo idolo. Monta il montismo. Nel giro di poche ore, il grande corso dell’adulazione e del servilismo è già esondato, devastando beni preziosi come la prudenza, il distacco, l’equilibrio. Trionfa solo una certezza: il Paese è salvo.

Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Noi siamo talmente sventurati che per il Prof abbiamo già dato fondo a tutte le riserve nazionali di aggettivi. Evidentemente lui non c’entra nulla. Anzi, il più infastidito, se è vera la metà della metà di quanto si racconta sulla sua anima d’inflessibile, dev’essere proprio lui. Ma questo, agli agiografi scatenati, non interessa nulla. Hanno una grande impellenza: portarsi avanti. E allora sotto con la santificazione – in fondo, gli agiografi sono storicamente i biografi dei santi – senza nemmeno passare per il processo di beatificazione. Rispetto a Gesù, che ogni tanto usciva dai gangheri di fronte alla deficienza umana, Mario Monti è nettamente più padrone delle emozioni. Lucido, calmo, socratico.

E lo stile di vita: quale esempio di rigore. Sempre rispetto a Nostro Signore, che aveva il brutto vizio di frequentare gentaglia e pure donnacce, il nuovo quasi-premier (col timer) frequenta solo luoghi giusti e gente giusta. Nell’ordine: università Bocconi, Corriere della Sera, la Scala, Cernobbio, Roma quasi niente, tanta Bruxelles, e persino in vacanza se ne sta sul laghetto di Silvaplana, che a me è sempre sembrato il laghetto di Sankt Moritz, ma in realtà – leggo testualmente sulla Stampa- «è assai lontano dai suoi fasti». In linea d’aria, trecento metri.

Mentre l’Italia dei lavoratori e dei risparmiatori spera che quest’uomo sia soprattutto un saggio gestore dell’emergenza, capace di intimorire i fetenti speculatori dei mercati con le sue acclarate competenze e il suo indiscutibile prestigio, ai violinisti della corte interessa soltanto montare velocemente il nuovo monumento. Ovviamente, sono gli stessi che ridevano di Emilio Fede incantato davanti al beato Silvio. Ma c’è adorazione e adorazione. Italia, rallegrati: finalmente trionfa la borghesia sobria e misurata. In un abile gioco di contrapposizioni con gli ultimi anni, il nuovo che avanza riluce di austerità e di vintage.

Basta villazze: Monti abita in un normalissimo appartamento da trecento milioni di euro (sì, a portata di tutti, non come quel riccastro di Berlusconi). Basta cappotti di cachemere: Monti veste pervicacemente e orgogliosamente il Loden verde. Basta festini: la domenica, Monti va a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Difetti? Per favore, non scherziamo. Stando ai suoi più spietati biografi, Monti è il tipico esponente della Milano migliore, per la quale oggi il vero lusso è girare in bicicletta, trovando assai volgare l’auto con l’autista.
Diamine, senza falsa modestia, posso dire sinceramente d’essere pure io un autorevole candidato premier: so usare la bici, saltuariamente vado a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, vivo in un normalissimo appartamento, neppure così costoso, e quanto al Loden trovo persino che cominci a costare troppo. Da quanto leggo, evidentemente pago una debolezza imperdonabile: come a Bertinotti, ogni tanto anche a me piace il cachemere.
Altra stoffa, Mario Monti. Neppure nel Libro della Sapienza, neppure nelle pagine più alte dello stoicismo di Seneca ho trovato un identikit d’uomo pari al suo. Fossi nel Prof, come minimo mi guarderei le spalle da eventuali pugnalate. Restiamo pur sempre in Italia, dove conformismo, tradimento, viltà e adulazione sono i veri sport nazionali, prima del calcio e del ciclismo.
Tutti conoscono i talenti richiesti: fiutare l’aria che tira e avere una certa agilità per saltare subito sul carro giusto. Stessa agilità serve per scendere e pugnalare, quando non è più aria…

Adesso però bando al disfattismo: ancora prima di cominciare, Monti è già un mito. Standing ovation per il Prof. Certo il fenomeno non è nuovo, ma anche stavolta grava su violinisti e adulatori la solita domanda. Vi piacciono tanto i personaggi sobri, austeri, dignitosi: e provare una volta ad esserlo?